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Il giorno dell'orso
pp.23-25
....Alla scuola, quella sera, era ospite un tanguero, un vero milonguero argentino. Di Buenos Aires. Un uomo non giovane, corpulento con dei folti baffi grigi ed una capigliatura lunga anch’essa grigia. Che pensa di fare questo pancione, aveva pensato lei, sorridendogli con ironia. Tutti alla scuola gli tributavano, inspiegabilmente, ammirazione e rispetto. Esagerati.
<<El tango europeo es confusión de tanti balli. El tango de Buenos Aires es otra cosa. ¿Señorita ?>> La adocchiò tra un mucchio di gente e l’attirò a sè.
E lei si trovò dolcemente e arditamente lanciata sul ventre dell’uomo.
<<El tango es una unión entre hombre y mujer. Dame tu viso, señorita. Tu mento mi mento, tu naso mi naso, tu respiro mi respiro. Atención: todo se actrae. Tu y yo abbiamo radici, raices, en la tierra. Questo è ballo in terra. Estable, cuerpo y cuerpo. Tu vienes a mí y yo a tí>>.
E mentre insegnava l’attirava in una camminata avanti e indietro, irresistibile. Quell’uomo non aveva più età, né rozzezza, né pinguedine. Era un uomo e basta. E lei era una donna. Non si era sentita così mai, in vita sua. Poi il tanguero dolcemente l’allontanò da sé.
<<Tu, señorita, hai capito mucho del tango. Te rimane la tecnica. Quella la impari>>. L’uomo le sorrise e lei arrossì come non le capitava da quando era adolescente. Effettivamente, seppe, quello era uno dei più grandi tangueri ancora viventi. Si chiamava Fernando Solías e diventarono amici. Aveva cominciato a scoprire che il tango era molto più di un ballo, era un mondo articolato e complesso eppure terribilmente semplice. Approccio tra uomo e donna, aveva una forte componente sessuale, in cui la differenza diventava complementarità e la complementarità poteva diventare subordinazione. Della donna. Ciò che l’affascinava di più era proprio non trovare intollerabile questo maschilismo sotterraneo. Il perchè era un mistero sempre intrigante da scoprire. E tutto ciò che c’era da capire ed imparare del tango lo capì, lo sperimentò a Buenos Aires, facendo il giro delle milonghe, i locali del tango. E la congenghe era uno stile particolarmente divertente, maschilista e lei ci si abbandonava come in un gioco travolgente.
Nelle milonghe le donne stanno da una parte della sala, gli uomini dall’altra e la scelta della partner da parte del maschio avviene con un particolare, caratteristico movimento della testa e dello sguardo: la capesada. La donna può aderire o no alla proposta e l’atmosfera che si stabilisce nel ballo è così intensa e coinvolgente che può capitare, dopo, di fare sesso con uno sconosciuto. A lei era capitato: il respiro, il battito del cuore del partner erano diventati il suo respiro, il battito del suo cuore. Ineludibile. Dopo non l’aveva incontrato mai più e lei amava ricordare questo episodio non come una svista imperdonabile di rispettabilità verso se stessa, così avrebbe detto sua madre, ma piuttosto l’essere stata, per una volta, un’unica persona con quattro gambe. Tutto qua. Una situazione così era comunque infrequente. Quasi sempre la persona con la quale si era consumata una certa intimità nel ballo, dopo appariva insignificante ed estranea. Proprio Solías le aveva spiegato che questa danza, sorta alla fine dell’800 era nata forse proprio come pretesto per l’uomo di toccare una donna e per la donna di essere toccata da un uomo. In Europa imperversavano balli come il valzer, in cui c’era l’oceano tra i due ballerini. Con questa danza si rivoluzionavano i canoni e il desiderio dei corpi diventava magico impregnandosi di sensazioni, di emozioni e di sensualità di volta in volta nuovi e diversificatamente intensi. Lei, alle milonghe, era particolarmente richiesta perché oltre ad essere obiettivamente bella, aveva i caratteri somatici di un’argentina: capelli neri, lucenti, raccolti dietro la nuca in una lunga treccia, gli occhi grandi e scuri, le labbra sensuali ed il corpo formoso eppure snello.
Proprio così era lei quando incontrò Costa e quella sera il suo vestito era viola, scollato ed aderente. Aveva finito un ballo e stava tornando, ridendo, al tavolo dove c’erano le sue amiche, compagne di milonghe.
<¿Me enseñas a bailar el tango?>>
Lui l’aveva afferrata per un braccio un pò sfrontato. Alto, slanciato con i capelli castani e gli occhi verdi, di un verde indescrivibile. Bello, aveva pensato lei smarrendosi nel labirinto dello sguardo di lui. Il filo non l’avrebbe cercato né trovato più. Mai più....
pp 62-65
....Andrea s’interruppe, seguendo pensieri che non riusciva perfettamente a mettere insieme. Tobías attendeva
<<Credo di capirlo adesso: mia madre non sopportava di vedermi felice ed io, in quel periodo, sebbene con molti errori, lo ero.
Non ha mai sopportato di vedermi libera e felice, perché lei non è mai riuscita ad esserlo, né libera né felice. La sua vita è stato un continuo cercare prigioni in cui chiudersi lei e chiudere me. Tutte le sue energie erano sprecate irrimediabilmente in questo lavorio. Lo status sociale, la gente, i soldi, il prestigio. Più lei cercava di intrappolarmi, più io scalpitavo irragionevolmente. Lei prima, Tobías, ha detto che mi era stato trasmesso male il messaggio di Gesù. Ci ho pensato ed è vero! Ha ragione. Per mia madre l’importante era ospitare nei suoi salotti eminenze e prelati. Fede etichetta, fede rigore, precetto, formalismo. Fede vestita di opere di beneficenza e di mellifluità. Ma sotto il vestito: niente!
Sono stata sempre così ansiosa di buttarmi alle spalle la zavorra di una formazione tanto conformista, di un’ottica punitiva, di odio della vita, che non mi sono mai girata indietro a vedere che ne fosse di lei, di mia madre e del suo rancore interminabile per me che non mi sono lasciata divorare>>
Andrea s’interruppe di nuovo, guardandosi tristemente le unghie delle mani.
<<I ruoli sono duri a morire ma ormai dovrebbe essere tempo di non avere più aspettative>> Fece Royas, girandosi a guardarla.
<<In che senso?>>
<<Sua madre non è come suo padre, sua madre non è come lei avrebbe voluto, lei lo sa, però il suo cuore continua a sperare, ad illudersi che lei sia come suo padre o come lei stessa si sarebbe aspettata che fosse>>
<<Ma non è vero!>>
<<Andrea, sua madre non cambierà, però se lei smetterà d’illudersi, il vostro rapporto cambierà, e se ciò accadrà, se le tensioni si allenteranno, sua madre potrebbe cambiare. Una possibilità su un milione, ma c’è una possibilità. Comunque sono problemi di sua madre. Ognuno ha la sua storia, è pretestuoso voler cambiare gli altri. Uno se vuole crescere, deve pensare al proprio cambiamento. Quelli che dicono: parliamone, parliamo dei nostri contrasti, dei nostri cattivi caratteri, delle rispettive prevaricazioni, delle reciproche mancanze di rispetto, a volte mi fanno ridere>>
Andrea rise.
<<Certo che uno psicologo che parla così è perlomeno singolare. Comunque ammettiamo che io cambi atteggiamento, lei non accetterà lo stesso quella che sono e il mio modo di vivere>>
<<Ma questo è un problema di sua madre non suo. Lei non deve fingere di essere diversa, lei deve testimoniare se stessa, la consistenza delle sue idee. Se poi non c’è consistenza nelle sue idee per quanto sua madre abbia torto, lei non può pretendere che l’approvi. E’ come se lei si ostinasse a dire che cavare gli occhi alla gente è bello e pretendesse che sua madre applaudisse>>
<<Mi sta dicendo che io ho torto e mia madre ha ragione?>>
<<Non si tagliano torti e ragioni con i coltelli. E poi a che serve sapere chi ha torto e chi ha ragione, non è una guerra a tutti costi in cui ci deve essere un vincitore. Sua madre è una donna infelice, piena di incatenamenti e di contraddizioni. Ma lei che le ha contestato tutto, rischia di chiudersi in prigionie diverse dalle sue ma che sempre prigionie restano>>
<<E allora?>>
Andrea si chiedeva come Royas sarebbe uscito da quel labirinto o meglio come avrebbe fatto uscire lei. Se ci riusciva.
<<A quarant’anni è forse tempo di prendere distanza dalle cose. Faccia finta che il rapporto con sua madre sia uno scatolo che sta su un tavolo di fronte a lei. Lo tocchi, lo soppesi. E quadrato? Di che colore è? E grande? Potrà arrivare a curiosarci dentro, ma se lo lascia sul tavolo e lei rimane seduta, ogni cosa avrà la giusta dimensione, la reale consistenza. Una dis-identificazione per cui l’io spirituale non sarà toccato più dalla paura e dai sentimenti che imprigionano il suo ambito emozionale>>
<<Mi sta dicendo che è tempo di non vivere più sull’onda dell’istintualità, dell’irruenza come quando avevo 16 anni?>>
<<Più o meno. Ma non per motivi etici, non mi fraintenda! Per un’economia di energie che anzicchè sprecate possono essere convogliate realmente verso un cammino di accettazione di sè e di liberazione>>.... |
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